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Materialista

Materialista

L'ateismo è la posizione di chi nega l'esistenza di uno, o più, dei o di realtà trascendenti l'uomo. Il termine significa letteralmente senza alcun dio, o separato da ogni dio (dal greco theos, "dio", preceduto dall'alfa privativo), e in quanto tale si contrappone al teismo e al deismo che, con accenti diversi, affermano l'esistenza di divinità, e va distinto dall'agnosticismo, che lascia aperta la questione. In passato, con il termine ateo alcuni credenti definivano anche coloro appartenenti a religioni diverse dalla propria.

Cenni storici

I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo teorico), furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Mileto, Crizia, Protagora, mentre si può parlare di ateismo pratico per i sostenitori del materialismo come Epicuro e Lucrezio che, pur non negando esplicitamente l'esistenza delle divinità, sostenevano che non potesse esistere alcuna interazione con le attività umane. Non sono documentati casi significativi di ateismo in età medievale, mentre questa visione del mondo ricomparve in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi. L'ateismo ha una rilevante ripresa con l'Illuminismo, con il barone Paul d'Holbach e Julien Offray de La Mettrie. Importante è la figura di Jean Meslier, curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni. Dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa. Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito sul determinismo (Laplace). Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec). Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione. Nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il cristianesimo come religione di stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento, in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita. In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo; in questa chiave va ricordato il filosofo inglese Bertrand Russell.

Dibattiti sull'ateismo

Le discussioni sull'esistenza di Dio e sulla sua influenza sugli uomini riguardano questioni fondamentali per le persone e in varie circostanze possono avere conseguenze rilevanti sul piano del consenso ideologico e politico. Non può quindi stupire che i dibattiti relativi spesso assumono toni aspri e prese di posizione faziose; talora viceversa si concludono con toni compromissori ed ambigui. Tutto questo va a detrimento della comprensione delle posizioni e delle possibilità di dialogo, possibilità
tanto importante tra tutti gli uomini di buona volontà, credenti o non credenti che siano. Il termine ateo viene spesso utilizzato in senso, almeno parzialmente, dispregiativo nell'ambito della visione cristiana, per cui l'ateo è colui che nega un'entità di cui si dà per certa l'esistenza e che costituisce un riferimento etico. Da parte loro, talvolta gli atei rifiutano di essere definiti secondo la contrapposizione «Dio esiste / Dio non esiste», e affermano semplicemente di possedere una visione naturalistica del mondo, che rifiuta tutti gli approcci mistici o soprannaturali, relegandoli all'ambito della superstizione e delle credenze: il concetto è esemplificato da questi ultimi con l'asserzione Non credo in Dio per lo stesso motivo per cui non credo a Babbo Natale o alla Befana. Altre volte l'ateismo viene accusato di esprimersi in forme fideistiche: assumendo cioè come un postulato l'affermazione che "Dio non esiste".

Diffusione

Alcune stime sul numero di atei nel mondo:
- Britannica Book of Year (1994): 1 miliardo e 154 milioni di atei e agnostici nel mondo.
- La World Christian Encyclopedia annuncia 1 miliardo e 71 milioni di agnostici e 262 milioni di atei nel mondo nel 2000.
- Un'inchiesta condotta in 21 paesi su un campione di 21.000 persone pubblicata nel dicembre 2004 annuncia che il 25% degli europei occidentali si definisce ateo contro il 12% nei paesi dell'Europa centrale e orientale.

Voci correlate


- Agnosticismo
- Deismo
- Materialismo
- Razionalismo
- Teismo
- Ateismo di stato

Collegamenti esterni


- [http://www.uaar.it/ UAAR - Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti]
- [http://www.nogod.it/ NOGOD - Atei per la laicità degli Stati]
- [http://www.atheia.net Associazione Atheia - Atei e Agnostici della sinistra non stalinista]
- [http://www.liberopensiero.20m.com/ Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"]
- [http://www.atei.it/ Forum degli Atei"] Categoria:Posizioni e teorie filosofiche Categoria:Religione ja:無神論 ms:Ateisme

Dio

Con Dio, nelle religioni e filosofie monoteiste, si intende l'essere supremo, eterno e infinito, creatore dell'universo. In questa accezione viene solitamente indicato con l'iniziale maiuscola. In particolare, nella tradizione ebraica, cristiana ed islamica, a Dio viene attribuito un carattere personale ed una rivelazione pubblica. Nelle religioni politeiste con dio (generalmente indicato con la lettera minuscola) si intende un'entità superiore all'uomo innanzitutto in potenza, in sapienza e spesso in moralità, quasi sempre (ma non necessariamente) immortale. In questo caso spesso viene ulteriormente identificato con il nome proprio: ad esempio nella religione greca - e nella relativa mitologia - il dio Apollo, la dea Atena, ecc. Riportiamo di seguito le tre religioni monoteiste, in ordine cronologico, per evidenziare la trasformazione col tempo del concetto di divinità.

Visione ebraica

Nella religione ebraica e nell'Antico Testamento Dio è visto come l'Essere Supremo, Creatore, Autore e Causa prima dell'universo, Governatore del mondo e degli uomini, Giudice supremo e Padre, la cui giustizia è temperata dalla misericordia, i cui propositi sono realizzati da agenti prescelti, che possono essere sia individui sia nazioni. Dio comunica la sua volontà attraverso profeti e altri canali stabiliti.

I nomi di Dio

Dio traduce l'ebraico El (nome anche di una divinità fenicia), Eloah, ed Elohim (grammaticalmente plurale, da cui varie ipotesi su di un politeismo originario). Si trova nei testi che lo studio filologico fa risalire alla corrente eloista del Pentateuco. La stessa radice si ritrova nell'ebraico e poi cristiano Elia e nell'attributo di Gesù come Em-anu-el(Dio-con-noi); ed anche nell'islamico Allah. A testimonianza dell'origine comune di cristianesimo, islam ed ebraismo, i loro nomi di Dio condividono la stessa origine. Appare pure il nome composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o יהוה (la scrittura ebraica è da destra a sinistra ). I vari modi di pronunciarlo sono dipendenti dalla Bibbia che si usa e dal fatto che nell'ebraico biblico non si scrivono le vocali, ma solo le consonanti, per cui ogni traduttore o editore deve usare un qualche criterio per inserire nel tetragramma le vocali che permettano di leggerlo in italiano o in un'altra lingua. Tali regole, poste arbitrariamente, non sono quelle dell'originale ebraico poichè la tradizione corrispondente si è persa nel corso dei secoli: per questo motivo gli ebrei ancora oggi non leggono questo nome in maniera diretta e ogni volta che appare la parola la leggono Adonai, che significa Signore. Il nome significa "io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" oppure "Io sono l'essenza dell'essere", come possiamo trovare in Esodo 3:14; il nome per indicare che Dio può manifestarsi nel tempo come tutto ciò che desidera, e che attualmente è fuori del tempo ogni cosa. Altra interpretazione del significato del nome di Dio è "Io sono colui che sono" anche se su questa interpretazione si obietta che l'ebraico usa una forma causativa del verbo e quindi il segnificato "egli fa essere" sembra maggiormente accreditato.

Dalla monolatria al monoteismo

La fede del popolo ebraico è in un primo momento un culto di monolatria (conosciuto anche come enoteismo): ogni popolo ha il suo Dio, ma il Dio del popolo ebraico è l'unico che Israele adora e serve. Sono eco di questa concezione passi biblici come quelli che dicono: "Il Signore è il nostro Dio, il più grande di tutti gli dei". Ci si riferisce a lui come il "Dio dei nostri padri", "il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe". È solo al tempo dell'Esilio babilonese (VI secolo AC) che Israele passa della monolatria al monoteismo: c'è un solo Dio, tutti gli altri sono apparenza.

Gli "attributi" di Dio

Il Dio degli ebrei è creatore di tutte le cose, che ha plasmato dal nulla. Il profeta Ezechiele, rappresentando la maestosità del Creatore e della sua perfetta organizzazione in un simbolico carro celeste, parlò della presenza di quattro creature viventi, cherubini, ai lati di questo carro. Ogni creatura aveva quattro facce che rappresentano i quattro principali attributi di Dio. In particolare le figure descritte da Ezechiele sono:
- una faccia d'aquila; che simboleggia la profonda sapienza di Dio (Proverbi 2:6);
- una faccia di toro; che con la sua leggendaria potenza ben raffigura l'onnipotenza di Dio (Giobbe 37:23);
- una faccia di leone; simbolo della coraggiosa giustizia di Dio (Deuteronomio 32:4);
- una faccia d'uomo; simbolo dell' amore di Dio, in quanto l'uomo è l'unica creatura in grado di manifestare intelligentemente questa qualità.

L'azione di Dio nella storia

Il Dio degli ebrei è un Dio impegnato in loro favore (all'inizio), e verso tutti gli uomini (tempi più tardi). Israele nasce come popolo quando sperimenta che Dio lo libera della schiavitù d'Egitto. Da quel momento in avanti Dio è colui che dice "presente" (La radice del nome è la stessa radice del verbo essere coniugato al presente indicativo = Io Sono = Io sono qui con te), ed è al suo lato per accompagnarlo e salvarlo. Anche le circostanze dolorose, come cadere in mano dei nemici o l'Esilio babilonese, sono interpretate come un'azione di Dio che corregge il suo popolo a causa dei suoi peccati.

Bibbia e ateismo

A scanso di equivoci, nella Bibbia l'esistenza di Dio non è dimostrata ma presupposta, non ci sono tentativi di dimostrare la sua realtà. Lo scetticismo filosofico appartiene ad un periodo posteriore a quello in cui furono composti i libri della Bibbia, non ha senso discutere di ateismo prima dell'epoca dell'Illuminismo. I Greci si posero il problema dell'esistenza di Dio e Aristotele giunse a dimostrarne la necessità filosofica come motore immobile, causa prima non causata. Solo nel Qohelet o Ecclesiaste e nei salmi 14, 53 e 94 troviamo tracce di una qualche tendenza pessimista che può far pensare, da molto lontano, all'ateismo moderno.

Visione cristiana

Dio nel Cristianesimo comprende due punti di vista apparentemente contrastanti: da un lato si afferma la professione di fede ebraica sull'unicità di Dio (monoteismo), dall'altro si accoglie letteramente l'affermazione di Gesù "chi vede me vede il Padre". Le principali novità introdotte dall'Ebraismo sono il monoteismo e la trascendenza di Dio, che nel caso degli dei greci sull'Olimpo era una libera scelta; per il Dio cristiano è la sua stessa natura, un fatto necessario che però non esclude che oltre a essere nei cieli possa vivere anche in terra (il caso di Gesù e poi dello Spirito Santo fra gli uomini). Nel Vangelo secondo Giovanni si riporta l'affermazione di Gesù che rivela che Lui è nel Padre e il Padre è in Lui; l'evangelista Giovanni parla anche della Terza Persona della Trinità, un Consolatore (paraclito), lo Spirito Santo che il Padre avrebbe inviato ai suoi figli fino alla fine dei tempi dopo la crocifissione, morte e resurrezione di Gesù: tale promessa si compie per la tradizione cristiana e viene ricordata dai cattolici nel giorno di Pentecoste, che celebra appunto la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Il riferimento giovanneo costante alla Trinità e all'inabitazione trinitaria nell'uomo è da conciliare con la divinità dell'antico testamento, al cui interno i profeti fecero numerosi riferimenti ad un Messia che sarà figlio d'uomo ed eletto di Dio. La sintesi di varie Chiese cristiane è quella di un Dio Uno e Trino, una Persona sola e tre persone distinte (Padre, Figlio e Spirito Santo) distinte (ma non diverse): tale articolo di fede, insieme alla incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù sono i misteri fondamentali della fede cristiana. Nei primi concili ecumenici, a partire dal IV secolo, si cerca di razionalizzare questo contrasto. Nel Credo di Nicea si professa un solo Dio, Padre onnipotente, creatore dell'universo e di ogni cosa, visibile o invisibile. Con questo si rimane nel solco dell'Ebraismo da cui il Cristianesimo è sorto. Il Credo però prosegue dichiarando che Gesù Cristo è "Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero", che è consustanziale a Dio, che al tempo stesso possiede la natura umana, e che anche lo Spirito Santo è Dio. Si viene a definire la dottrina trinitaria, la più caratteristica del cristianesimo, che lo separa dalla radice ebraica da cui è derivato. Le Chiese cristiane concordano nel parlare di mistero cristologico e mistero trinitario, ritenendo ineffabile la natura profonda di Dio, e che perciò fosse necessaria una rivelazione da parte di Dio stesso, non potendo la ragione umana arrivare a dedurlo. Questa dottrina è condivisa dalle tre maggiori forme di Cristianesimo: Cattolicesimo, Ortodossia e la maggior parte del Protestantesimo. La sua definizione ebbe luogo, come detto prima, a partire dal IV secolo, a seguito della disputa fra la chiesa "Ortodossa" e l'Arianesimo, ora estinto, che negava la natura divina di Gesù. l cristiani che non accettano la dottrina trinitaria sono detti "unitariani" e in prevalenza sono una branca minoritaria del Protestantesimo.

Visione islamica

Nell'Islam Dio (in arabo Allāh) è l'Essere Supremo che ha creato e seguita a creare l'universo e ogni cosa in esso contenuta. Per quanto riguarda il tempo l'Islam considera che vi sia una perfetta identificazione con Dio e che, quindi, non si tratta di una Sua creazione ontologicamente distinta. Dal convincimento che ogni cosa che sembra esistere - ivi compresa la materia bruta - è in realtà pervasa dallo Spirito di Dio ne deriva che anche gli atti umani sono opera del Creatore e che l'uomo ne abbia al massimo il "possesso" più che la "proprietà", avviando una discussione estremamente ardua sui limiti dell'azione umana che potrebbero portare a una sorta di fatalismo (tutto è determinato da Dio, tutto "è scritto" da Dio nel Suo Libro, il Corano, che s'identifica nella Sua parola, attributo non distinguibile e diverso dall'Essere supremo e che dunque è eterno a parte ante e a parte post). A Dio non è possibile contrapporre in alcun modo un principio del Male perché questo porterebbe a una concezione dualistica del mondo. Nell'Islam, che è assolutamente monistico lo spazio riservato al Maligno (Shaytān, Iblīs) è estremamente ridotto e quasi insignificante e la stessa natura "di fuoco" del diavolo non è neppure assimilabile a quella "di luce" degli angeli. Il Bene è Dio e la Sua la Volontà e il Male la negazione di Dio e il disubbidirGli. Il credente (mu'min) deve essere pertanto un muslim", ovvero un sottomesso assoluto al comando di Dio. Dio è assolutamente inconoscibile dall'uomo e quello che è dato sapere di Lui deriva direttamente dalla Sua Rivelazione testuale. Secondo l'Islam, Dio ha dato la Sua prima disposizione volitiva ad Adamo che è nell'Islam primo uomo e primo profeta. Nel prosieguo delle generazioni il tempo e l'azione talora maligna di alcuni uomini ha corrotto o falsato tale Rivelazione e Dio ha per questo motivo seguitato a mandare Suoi Inviati e Suoi profeti per riproporre l'insiene della Sua volontà. Di questa lunghissima catena profetologica Muhammad, il nostro Maometto, costituisce l'ultimo anello. Dopo di lui non vi sarà più alcun Inviato o alcun profeta e chiunque dovesse dichiarare riaperto il ciclo profetico si metterebbe automaticamente al di fuori di uno dei pochi dogmi islamici (come è avvenuto con la Ahmadiyya di Lahore o con i Drusi o con i Nusairi, solo per fare alcuni esempi). L'onnipotenza, l'onnipresenza, l'onniscienza di Dio si accompagnano alla Sua infinita misericordia e generosità, motivo per cui non si potrà mai asserire che Dio "è tenuto" a punire i malvagi con una pena eterna mentre si può affermare che un premio eterno è stato destinato dal Creatore alle Sue creature a Suo totale piacimento. Un passaggio teologicamente accettato afferma pertanto che l'Inferno non sarà eterno per i musulmani ma, a rigor di logica, l'eternità della pena non si potrà presupporre e pretendere neppure per il resto dell'umanità, perché questo sarebbe porre un inammissibile limite all'onnipotenza divina.

I nomi di Dio nell'Islam

Nello stesso Corano L'Essere supremo rivela di avere i nomi di Allāh e di Rahmān ma è chiaro che tali nomi possono essere perfettamente essere resi dal termine Iddio ("il" + "Dio") nella lingua italiana. Una lettura anodina del Corano induce molti musulmani a pretendere l'uso del termine arabo per chiamare il Creatore, anche quando si usi una lingua diversa dall'arabo ma a tale scelta si possono contrapporre due osservazioni. La prima riguarda il rischio di tracciare una linea concettualmente troppo differenziata fra il Dio ad esempio ebraico, quello islamico e quello cristiano, con un sottile rischio culturalmenre "razzistico". La seconda concerne il fatto che, dando ragione a questi assertori dell'obbligatorietà dell'uso del termine "Allāh", si dovrebbe per conseguenza usare il termine "God" o "Gott" quando si volesse parlare del Dio di cui parlano gli anglicani e di quello che adorano i luterani e del Tetragramma quando si voglia parlare del Dio dell'Antico Testamento. La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: ‘Abd al-Tahmān, ‘Abd al-Rahīm, ‘Abd al-Jabbār, o lo stesso ‘Abd Allāh, formati dal termine "‘Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 Nomi divini anzidetti.

Gli attributi di Dio dell'Islam

Gli attributi divini (sifāt ) - coeterni ma senza che si possa alterare l'unità di Dio («né Lui né altro da Lui», affermano i teologi musulmani sunniti) - sono (per quanto riguarda quelli "personali", ossia nafsiyya): la vita, la scienza, la potenza, la volontà, l'udito, la vista e la parola, cui una parte del pensiero teologico sunnita aggiunge la persistenza. La questione dell'increatezza del Corano deriva dalla polemica riguardante detti attributi, perché all'affermazione che la Rivelazione era stata creata da Dio al momento della Sua creazione del genere umano si contrappose la tesi vincente del hanbalismo secondo cui, essendo la Rivelazione "parola di Dio" (kalimat Allāh), ne derivava una sua eternità (argomento affrontato in modo pressoché identico nell'Ebraismo per quanto riguarda la Tōrāh).

I Testimoni di Geova

Gli ebrei si rifiutano di pronunciarne il nome di Dio perchè non sono sicuri della vocalizzazione quindi quando leggono la Torah, il Tetragramma viene sostituito dalla parola Adonai, "Signore". In particolare la forma Yehowah è la vocalizzazione di alcuni studiosi detti masoreti che nel Medioevo produssero una versione della Bibbia vocalizzata. Non conoscendo neanche loro la pronuncia corretta, vocalizzarono il tetragramma con le vocali della parola Adonai. Da qui Yahowai e quindi Yehowah, da cui deriva l'italiano Geova, termine ora quasi esclusivamente utilizzato dai Testimoni di Geova anche se oggi accettano altre pronunce.

Dottrine manichee

Molte posizioni riconducono la lotta fra il bene e il male a una lotta fra due forze di pari livello, eterna e senza un vincitore. Questa teorizzazione è sentita in varie sophie orientali e ha avuto una dottrina densa di conseguenze nel manicheismo. Il profeta Mani, rifacendosi alle idee di Zarathustra (latinizzato in Zoroastro), nella Persia del VII secolo AC (odierna Iran) fece molti proseliti con una dottrina che prevedeva un'eterna contrapposizione fra il principio del bene e del male: Ahura Mazda e Arimane. L'idea di due princìpi a fondamento dell'essere contrastava con il pensiero greco, che ricercò delle spiegazioni non dicotomiche all'esistenza del male, pensando il non-essere come qualcosa di relativo, minore e inevitabile conseguenza che necessitava dell'essere-bene per esistere, mentre l'essere poteva evitare il non-essere restando Uno e può evitarlo tornando in sé.

Voci correlate


- Lista di divinità
- Tetragramma biblico Categoria:Religione ko:하느님 simple:God


Metafisica

Metafisica Parte della filosofia che studia l'essere in quanto tale e quindi nei suoi principî primi; appartengono all'ambito della ricerca metafisica anche il problema dell'esistenza di Dio, dell'anima, dell'essere in sé (in Kant: noumeno). Il nome deriva dai libri di Aristotele, nell'edizione di Andronico da Rodi (I secolo AC), nella quale la trattazione dell'essenza della realtà fu collocata dopo (in greco “meta”) quella della natura (fisica). Il prefisso assunse poi il significato di "al di là, sopra", ed Aristotele definì la filosofia prima come la scienza che aveva per oggetto l'ente in quanto tale, a prescindere dalla realtà percepibile. La metafisica divenne quindi la conoscenza assoluta, in grado di fornire i principî generali ed universali, sulla base dei quali si sarebbero sviluppate le singole scienze, oltre a divenire strumenti riconosciuti come sistema da Plotino, Tommaso d'Aquino, René Descartes, Baruch Spinoza e Gottfried Leibniz. La critica di questa concezione della metafisica iniziò con David Hume, che poneva come non necessariamente causale il rapporto, che sempre tale era stato considerato, tra appunto una causa e un effetto. Immanuel Kant si riferì a questa critica come al più duro colpo inferto alla metafisica, ai suoi tempi già "scienza in crisi". Egli tentò quindi una difesa della metafisica, sostenendo che Hume aveva sollevato un giusto dilemma ma che si era "arreso troppo presto", sulle basi della critica di Hume, Kant, ne discusse l'impostazione scientifica, sostenendo che, fino al suo tempo, mai era esistita una metafisica degna di questo nome. Secondo lui una futura metafisica si sarebbe dovuta basare su di un tipo particolare di Giudizi, detti sintetici a priori, in grado di far realmente progredire la filosofia prima e che già erano a fondamento di ogni scienza. Successivamente la metafisica fu criticata dal positivismo di Auguste Comte, ed il pensiero filosofico contemporaneo criticò ogni filosofia che avesse la pretesa di spiegare in modo definitivo ed universale tutta la realtà.

Voci correlate


- La Metafisica di Aristotele
- La causa del peccato in S.Tommaso Categoria:Metafisica

Deismo

Filosofia razionalistica della religione, nata nei secoli XVII e XVIII in Inghilterra. Secondo i deisti, l'esistenza di Dio era dimostrabile attraverso la ragione, ma negavano ogni credenza religiosa che provenisse o fosse insegnata dalle varie Chiese, o che risiedesse nella semplice rivelazione. Categoria:posizioni e teorie filosofiche Categoria:Fedi, tradizioni e movimenti religiosi

Agnosticismo

L'agnosticismo (dal greco a-gnothein let. non sapere) è una posizione concettuale in cui si sospende il giudizio rispetto ad un problema poiché non se ne ha (o non se ne può avere) sufficiente conoscenza. L'agnostico afferma cioè di non sapere la risposta, oppure afferma che non è umanamente conoscibile una risposta, e che per questo non può esprimersi in modo certo sul problema esposto. Questa posizione è solitamente assunta rispetto al problema della conoscenza di Dio: dove il fedele è decisamente convinto dell'esistenza di Dio e l'ateo altrettanto decisamente nega questa esistenza, poiché i loro rispettivi ragionamenti paiono loro sufficienti per trarre una conclusione, l'agnostico sospende il proprio giudizio poiché non ritiene di avere (o che possano esistere) mezzi sufficienti di elaborazione concettuale né prove per potersi esprimere in un senso piuttosto che nell'altro. Una posizione agnostica comunque, non è limitata solo al campo della religione, ma può anche riguardare l'etica, la politica o la società. In pratica questa posizione deriva dallo scetticismo che praticava una simile, ma più radicale, sospensione del giudizio nell'epistemologia, ritenendo tutta la conoscenza umana sempre dubitabile e perfettibile. Spesso gli agnostici vengono accusati di essere indifferenti al problema della fede e di non avere alcun interesse spirituale o religioso. In pratica però molti di coloro che stanno attivamente cercando una fede o sono in dubbio, hanno effettivamente una posizione agnostica, paragonabile al dubbio metodologico nella filosofia. Il termine fu usato la prima volta nel 1869 dal naturalista inglese Thomas Henry Huxley, per descrivere la sua posizione rispetto alla credenza in Dio; il termine deriva come contrapposizione alle antiche dottrine cristiane gnostiche, che affermano che la conoscenza della realtà ultima (gnosi) è interiore ad ogni uomo. La posizione agnostica diviene permanente in vari filosofi post-kantiani, che come dimostrò Kant ritengono che la ragione che pretende di parlare dell'incondizionato cade in contraddizione, tanto per dimostrarne l'esistenza quanto per negarla. Categoria:Posizioni e teorie filosofiche Categoria:Religione ja:不可知論

Sofisti

Contesto storico-culturale

Nel corso del V secolo AC la Grecia vive un periodo di rapida trasformazione socio-culturale. Entra infatti in crisi il sistema politico aristocratico poiché i ceti popolari cominciano ad emergere e cominciano a affermare il principio di uguaglianza tra i cittadini (“la legge è uguale per tutti”), affermando così un sistema politico basato sulla democrazia. La città di Atene diventa il centro nevralgico di questo cambiamento. Infatti nella città attica, nel V secolo, si svilupparono le arti, i mestieri, le tecniche e anche la democrazia. Questo sistema politico è alla base dell’insegnamento sofistico. Infatti potendo ogni cittadino accedere a cariche dello stato; ogni cittadino deve essere educato alla politica e all’arte del persuadere.

I Sofisti

I sofisti ("i sapienti") erano dei maestri di virtù che si facevano pagare per i loro insegnamenti. Per questo motivo furono criticati aspramente dai contemporanei, soprattutto da Socrate (e poi da Platone e Aristotele) che battezzò il movimento così in segno di spregio. Dobbiamo tuttavia rivalutare la figura del sofista in quanto essi guadagnavano da vivere vendendo il loro sapere (quasi come gli insegnanti moderni). Poiché i ceti aristocratici avevano già dei precettori, i ceti emergenti si rivolgono ai sofisti per il bisogno di cultura. Questa figura dunque nasce per un’esigenza dei cittadini della polis.
La retorica è il punto centrale del loro insegnamento; oltre a ciò insegnano anche la morale, le leggi, i sistemi politici, educano quindi il giovane a diventare un bravo cittadino; ma per essere bravi cittadini oltre ad avere buona conoscenze bisogna anche essere convincenti quindi la retorica è messa alla base della sofistica. (McLuhan: “Il mezzo è il messaggio” = il modo con cui ci esprimiamo incide sul significato).

L'insegnamento

Con la comparsa dei sofisti si cominciano a delineare le caratteristiche istituzionali tipiche dell'attività dei filosofi. Nascono dei luoghi deputati all'insegnamento: le case dei cittadini più ricchi, le piazze, le palestre pubbliche. In queste ultime, vi erano portici in cui i filosofi potevano passeggiare con i loro discepoli, ed esedre con banchi in cui potevano sedersi a discutere (Vitruvio, De architectura). La scelta del luogo in cui insegnare era molto spesso legata al tipo di "sapienza" professata: Socrate scelsa la strada e la piazza pubblica per mostrare la sua disponiblità verso tutti i cittadini e il disinteresse per il pagamento, dato che solo un insegnamento in un luogo chiuso può permettere di raccogliere un compenso. Lo stesso faranno i Cinici, in tutte le epoche. Invece Accademici, Peripatetici, Stoici, si trovarono sempre meglio rappresentati in luoghi attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche, oppure a servizio di qualche potente. Tuttavia la sofistica non è una scuola filosofica in senso proprio, per lo più si tratta di un movimento; nessun sofista tende infatti a dividere il suo "sapere" con un suo pari. L’attenzione dunque si sposta dalla natura, dal cosmo al cittadino che vuole vivere una vita associata => Antropologia. Alcuni punti sull’insegnamento sofistico:
- La virtù: è innata o la acquisiamo?. I sofisti dicono che la virtù si può insegnare quindi tutti possono diventare virtuosi => tutti i ceti emergenti aspirano ad ottenere virtù. Dunque i sofisti erano maestri di virtù
- Se la virtù dipende dal sapere => la cosa importante è il sapere e la sua divulgazione quindi bisogna pagare bene gli insegnanti. I sofisti quindi erano fastidiosi agli aristocratici poiché modificavano la situazione sociale. I sofisti sono visti come mediatori della conoscenza.
- Riconoscono l’importanza della cultura come paideia (istruzione)
- I sofisti sono attenti al metodo e alla tecnica poiché i ceti emergenti vivono grazie alla tecnica => la politica è tecnica I sofisti non sono degli scienziati poiché non limitano il campo del loro sapere; per loro la cosa importante è il metodo della comunicazione. Il loro insegnamento abbraccia molte tematiche: # La virtù è insegnabile? # La virtù dipende dal sapere? => è necessario educare la persona # Valore della tecnica => saper parlare efficacemente Per quanto riguarda le leggi e le norme: i sofisti poiché si spostavano di città in città si accorgono che ogni cultura ha diverse regole e leggi. Quindi: Ci sono regole uguali per tutti o no? (relativismo etico) Tutti propendono per il no. Relativismo culturale: (una cultura è superiore alle altre?) Non si crede più nella verità se oguno può averne una diversa. Il relativismo culturale porta quindi ad una critica delle tradizioni. La religione infatti vale solo se ci crediamo; non vale se ci viene imposta (questa è un’anticipazione dell’illuminismo). Relativismo etico: Viene meno dunque il concetto di bene e di male se tutto è relativo; vengono meno anche i criteri per poter scegliere: si deve cercare una verità comune. Ci sono due generazioni di sofisti:
- Grandi sofisti: Protagora, Gorgia, Prodico e Ippia
- Sofisti naturali: quelli che si interessano del rapporto natura-uomo
- Sofisti politici: Crizia, Callicle
- Eristi: portano all’esasperazione il metodo: Antifonte, Crizia, Menone categoria:scuole e correnti filosofiche ko:소피스트 ja:ソフィスト

Crizia

Crizia (Munichia (Atene), 460 AC ca. -Atene, 403 AC ), fu un uomo politico di fede oligarchica ed uno scrittore ateniese.

Cenni biografici

Crizia apparteneva ad una delle più ricche e nobili famiglie dell'aristocrazia ateniese. Il padre, Callescro, secondo quanto riferisce Lisia nel discorso Contro Eratostene, fu nel 411 AC uno dei più importanti membri del governo oligarchico dei Quattrocento. Egli era cugino del padre di Andocide, che apparteneva alla più antica famiglia dell'Attica. Legato ad Alcibiade fu coinvolto con lui nel 415 AC nel processo delle Erme con l'accusa di averle mutilate. Partecipò al regime oligarghico dei Quattrocento nel 411 AC insieme al padre, come risulta dalle testimonianze del discorso Contro Teocrine, e fu esiliato in Tessaglia, come riporta Senofonte nelle Elleniche, quando venne ripristinata in Atene la democrazia. Ebbe la sua rivincita politica dopo la sconfitta di Egospotami ad opera dell'eterna rivale Sparta alla fine della guerra del Peloponneso. Ritornò nella città nel 404 AC al seguito dello spartano Lisandro e divenne capo dei Trenta Tiranni che instaurarono un regime di terrore mandando a morte gli oppositori democratici e persino un ex-alleato come Teramene. Numerosissimi cittadini ateniesi furono costretti ad andarsene dalla città; in tal modo si auspicava un ritorno alle mitiche origini agricole di Atene. Crizia attaccò i ricchi meteci, che non erano cittadini ateniesi, cercando di distruggere la loro influenza e di incamerare le loro ricchezze. Perì combattendo contro i democratici di Trasibulo, che avevano occupato il Pireo, nello scontro di Munichia. Fu zio di Platone, che gli intitolò il dialogo Crizia (dialogo) e discepolo di Gorgia e Socrate. Senofonte, nelle Elleniche, lo descrive come un convinto estremista filospartano. Scrisse un po' di tutto, dalla prosa, al teatro e all'elegia politica. Rimangono diversi frammenti a lui attribuiti, soprattutto di una tragedia intitolata Piritoo e di un dramma satirico intitolato Sisifo.

Il governo di Crizia

Crizia e Alcibiade

Opere

Le "Politèiai

La "Costituzione degli Ateniesi"

Sisifo

Proemii per discorsi all'assemblea

Categoria:Biografie

Materialismo

Il materialismo è la concezione filosofica per la quale l'unica cosa che può veramente essere detta esistere è la materia; cioè che fondamentalmente, tutte le cose hanno una natura materiale. La concezione è forse compresa meglio nella sua opposizione alle dottrine della sostanza immateriale storicamente applicate alla mente, e tra le più famose vi è quella di Cartesio. Tuttavia, per se il materialismo non dice niente su come la sostanza materiale dovrebbe essere caratterizzata. In pratica è frequentemente assimilata a qualche varietà di fisicalismo o naturalismo. Il materialismo è talvolta alleato con i principi metodologici del riduzionismo, secondo i quali gli oggetti o i fenomeni individuati a un livello di descrizione, se sono genuini, devono essere spiegabili, nei termini degli oggetti o dei fenomeni, a qualche altro livello di descrizione — tipicamente, ad un livello più generale di quello ridotto. Il materialismo non riduzionista rigetta esplicitamente questa concezione ma, tuttavia, considera la costituzione materiale di tutti i particolari coerente con l'esistenza di oggetti, proprietà, o fenomeni reali non spiegabili nei termini canonicamente usati per i costituenti materiali di base. Jerry Fodor sostiene in modo influente questa concezione, secondo la quale le leggi e le spiegazioni empiriche in "scienze speciali" come la psicologia o la geologia sono invisibili dalla prospettiva della, diciamo, fisica di base. Una vigorosa letteratura si è sviluppata intorno alla relazione fra queste concezioni. Il "materialismo" è anche stato frequentemente inteso designare un'intera visione del mondo scientifico "razionalistica", particolarmente da parte di pensatori religiosi opposti ad esso e anche dai marxisti. E' tipicamente in contrasto con il dualismo, la fenomenologia, l'idealismo, e il vitalismo. Per il marxismo il materialismo è centrale alla "concezione materialista della storia", che si centra sul mondo empirico delle effettive attività umane (pratiche, comprendenti il lavoro fisico) e sulle istituzioni create, riprodotte, o distrutte da quell'attività. La definizione di "materia" nel materialismo filosofico moderno si estende a tutte le entità scientificamente osservabili come l'energia, le forze, e la curvatura dello spazio. In quest'ottica si potrebbe parlare del "mondo materiale".

Storia del materialismo

Gli antichi filosofi greci come gli atomisti (Leucippo, Democrito), Parmenide, Epicuro, e perfino Aristotele prefigurano i successivi materialisti. Più tardi, Thomas Hobbes e Pierre Gassendi rappresentano la tradizione materialista, in opposizione ai tentativi di Cartesio di fornire alle scienze naturali un fondamento duale. Tra i materialisti successivi, spiccano Denis Diderot e altri pensatori dell'Illuminismo francese, come anche Ludwig Feuerbach. Karl Marx e Friedrich Engels, rivoltando la dialettica idealista di Hegel, fornirono al materialismo una concezione sui processi di cambiamento quantitativo e qualitativo chiamata materialismo dialettico, e un'interpretazione materialista del corso della storia, nota come materialismo storico. In anni recenti, Paul e Patricia Churchland hanno sostenuto una forma estrema di materialismo, il materialismo eliminativista o eliminativismo, che sostiene che i fenomeni mentali semplicemente non esistono affatto — che i discorsi sulla mente riflettono una spuria "psicologia popolare" (Folk Psycology) che semplicemente non ha nessuna base fattuale, un po' come la cultura popolare parla di malattie causate dal demonio.

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Epicuro

Epicuro (Samo, 341 AC - Atene, 270/271 AC), filosofo greco fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana.

Epicureismo

La dottrina filosofica è detta anche filosofia del "giardino" ovvero il luogo, fuori da Atene, dove Epicuro impartiva lezioni ai suoi discepoli. La sua filosofia si basa sull'atomismo pur discostandosi da Democrito. Egli utilizza la teoria degli atomi per liberare l'uomo da alcune delle sue paure primordiali, come quella della morte. Ritiene che il criterio della verità sia la conoscenza sensibile, ovvero solo i sensi sono veri ed infallibili. Grazie alle impronte che le cose sensibili lasciano nell'anima l'uomo è in grado di formulare dei pregiudizi che però non sempre corrispondono alla verità.

Il pensiero

Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali riportate da Diogene Laerzio:
- La lettera ad Erodoto (Erodoto) in cui esprime il suo pensiero sulla fisica;
- La lettera a Meneceo (Meneceo) che tratta di etica;
- La lettera a Pitocle (Pitocle) sulla conoscenza. Epicuro riprende la teoria atomica di Democrito introducendo una deviazione casuale del moto degli atomi che determina collisioni dalle quali si originano i corpi. Attribuisce quindi anche all'anima una causa materiale, grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni. Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia e non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:
- Dio non vuole il male ma non può evitarlo (dio risulterebbe buono ma impotente, non è possibile).
- Dio può evitare il male ma non vuole (dio risulterebbe cattivo, non è possibile).
- Dio non può e non vuole evitare il male (dio sarebbe cattivo e impotente, non è possibile).
- Dio c’è ma non si interessa dell'uomo (verità). Questo poiché egli ritiene che la felicità coincida con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali o naturali (necessari e non necessari).

La fisica

Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno, la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo Galilei. Premettiamo che Epicuro fu uno scrittore molto prolifico, come ci viene testimoniato da Diogene Laerzio, ma ci rimane molto poco della sua produzione, per cui bisogna cercare di capire il più possibile dal poco che ci rimane. Molte delle sue opere erano trattati di alto livello scientifico, volti ad affrontare in modo sistematico lo studio della natura: Diogene Laerzio riferisce della sua opera "Della Natura", in 37 libri, o "Degli Atomi e del vuoto", o ancora "Del Criterio", ritenuta essere un'opera di logica, e così via: vengono attribuiti ad Epicuro circa 300 libri. Quanto ci resta sono 3 lettere e varie raccolte di frammenti, materiale fra l'altro, a carattere divulgativo, come dice lo stesso Epicuro: insomma è come cercare di ricostruire gli esperimenti sulle particelle subnucleari svolti al CERN tramite alcuni articoli di Le Scienze! Già comunque nelle lettere si trovano molti spunti interessanti, che cercheremo di evidenziare.

Il metodo di ricerca

Come prima cosa nella lettera ad Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici". Il concetto di modello è effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non e' la realtà: cioé un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in accordo con i dati sperimentali. Dice il Nostro nella lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede". Questa e' la base della scienza sperimentale!

Il piacere

Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici Epicuro ritiene che il sommo bene sia il piacere(edonè).È necessario comprendere a fondo questo termine; Epicuro distingue due fondamentali tipologie di piacere:
- Il piacere catastematico
- Il piacere cinetico. Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l'uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi. Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l'ultimo, senza preoccupazioni per l'avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere. Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all'improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Importante è quindi l'amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità. Per quanto riguarda la società egli riconosce l'utilità delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell'impunità quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre. L'uomo dovrà quindi essere contento del vivere nel nascondimento sereno. Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una distorta interpretazione del termine "piacere", ha portato nei secoli ad una visone distorta dell'epicureismo, spesso associato all'edonismo con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole carica illuministica e morale, insegna a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

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Medioevo

In una rappresentazione schematica della Storia d'Europa che preveda tre ere, classica, medioevale e moderna, il Medioevo (termine coniato da Flavio Biondo) è il periodo intermedio, il cui inizio viene collocato, per l'intera Europa, nel 476, cioè nell'anno che segna, secondo una convenzione fissata dagli storici, la fine dell'Impero Romano d'Occidente. Diversamente, la conclusione di questa era viene collocata in ciascun paese in date diverse, che coincidono con la nascita delle rispettive monarchie nazionali ed il periodo rinascimentale. Alcune date comunemente utilizzate sono il 1453, con la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi o la fine della Guerra dei Cent'Anni tra Inghilterra e Francia, il 1492, con la fine del periodo islamico in Spagna e la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo, ed il 1517, con la Riforma protestante. Una suddivisione comunemente utilizzata del medioevo è tra:
- "Alto Medioevo" (da qualcuno detto dei "secoli bui"), che va dal V al X secolo ed è caratterizzato da condizioni economiche disagiate e da continue invasioni da parte di Slavi, Arabi, Vichinghi e Magiari;
- "Basso Medioevo", un periodo intermedio, che vede lo sviluppo di forme di governo basate su signorie e vassallaggio, con la costruzione di castelli e la rinascita della vita nelle città; poi un crescente potere reale e la rinascita di interessi commerciali, specie dopo la peste del XIV secolo. Dal punto di vista sociale, dopo il collasso dell'Impero Romano d'Occidente, si assistette ad una prima fase con la lotta tra le popolazioni del nord e dell'est europeo per la ricostruzione a livello locale dell'organizzazione amministrativa, militare, economica e giuridica; questa fase fu poi seguita, verso la fine del medioevo, da una nuova fase di accentramento dei poteri a livello nazionale. Cruciale in questa organizzazione fu la struttura feudale che, se da un lato permetteva una certa stabilità grazie all'organizzazione continentale del sistema, non fu mai sufficientemente forte da togliere completamente autonomia alle realtà locali, che così poterono gestire la transizione tra l'uniformità dell'Impero romano e la nascita degli stati nazionali. Una realtà in grado di dare uniformità al panorama europeo fu la comune radice religiosa basata sul cristianesimo, ereditata dall'ultimo periodo romano e proseguita fino al IX secolo con la separazione della Chiesa ortodossa dalla Chiesa cattolica nel 1054. Questa radice comune portò da una lato ad una commistione tra potere temporale e religioso che ebbe nella Riforma protestante l'espressione di dissenso più acuto, ma dall'altra permise di mantenere un'identità culturale a livello continentale che permise dei momenti di coesione, come nel caso delle crociate. Filosoficamente, il Medio Evo si caratterizza per una grande fiducia nella ragione umana, che si esprime nella corrente della scolastica, il cui maggior esponente è Tommaso d'Aquino. La crisi di questa corrente filosofica, con autori come Duns Scoto e soprattutto Guglielmo di Occam, segnata da un crollo di fiducia nella ragione e da un conseguente crescente fideismo, portò alla fine del pensiero medioevale ed alla nascita del pensiero moderno.

Voci correlate


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- Storia, Storia Antica, Storia Moderna
- Sacro romano impero
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Pietro Pomponazzi

Pietro Pomponazzi (Mantova, 16 settembre 1462 - Bologna, 18 maggio 1525), filosofo italiano

La vita e l'opera

Di nobile famiglia, si iscrive nel 1484 all’università di Padova, dove frequenta la lezioni di metafisica del domenicano Francesco Securo da Nardò, le lezioni di medicina di Pietro Riccobonella e quelle di filosofia naturale di Pietro Trapolino, laureandosi in Arti nel 1487. Dal 1488 al 1496 è professore di filosofia nello stesso ateneo, e intanto vi si laurea in medicina nel 1495. A Padova pubblica il trattato De maximo et minimo, in polemica con le teorie di Guglielmo Heytesbury. Passa poi a Carpi nel 1496 per insegnare logica alla corte di Alberto Pio, principe di Carpi, seguendolo nel 1498 nel suo esilio a Ferrara e restandovi fino al 1499; nel frattempo, nel 1497, sposa a Mantova Cornelia Dondi, dalla quale ha due figlie. Morto Nicoletto Vernia, professore di filosofia a Padova, gli succede nel 1499. Vedovo nel 1507, si risposa con Ludovica di Montagnana. Occupata Padova nel giugno 1509 dalla Lega di Cambrai nella guerra con la Repubblica veneziana, quando Venezia rioccupa la città il mese dopo, le lezioni universitarie vengono sospese ed egli, con altri insegnanti, lascia la città trasferendosi a Ferrara su invito di Alfonso I d’Este per insegnare nella locale università. Chiusa anche questa nel 1510, si trasferisce fino al 1511 a Mantova e dal 1512 all’università di Bologna. Nuovamente vedovo, si risposa con Adriana della Scrofa. A Bologna scrive le opere maggiori, il Tractatus de immortalitate animae, il De fato e il De incantationibus, oltre a commenti delle opere di Aristotele, conservati grazie agli appunti dei suoi studenti. Il Tractatus de immortalitate animae, del 1516, in cui sostiene che l’immortalità dell’anima non può essere dimostrata razionalmente, fece scandalo: attaccato da più parti, il libro è pubblicamente bruciato a Venezia. Denunciato dall’agostiniano Ambrogio Fiandino per eresia, la difesa del cardinale Pietro Bembo gli permette di evitare terribili conseguenze ma nel 1518 è condannato da papa Leone X a ritrattare le sue tesi. Pomponazzi non ritratta ma si difende con la sua Apologia del 1518 e con il Defensorium adversus Augustinum Niphum del 1519, una risposta al De immortalitate libellus di Agostino Nifo, in cui sostiene la distinzione tra verità di fede e verità di ragione. Queste controversie gli impediscono di pubblicare due opere che aveva completato nel 1520: il De naturalium effectuum causis sive de incantationibus e i Libri quinque de fato, de libero arbitrio et de praedestinatione, pubblicati postumi rispettivamente nel 1556 e 1557, con alcune modifiche, a Basilea, da Guglielmo Gratarol. Evita ogni problema teologico pubblicando nel 1521 il De nutritione et augmentatione, il De partibus animalium nel 1521 e il De sensu nel 1524. Malato di calcoli renali, stende il proprio testamento nel 1524 e muore l’anno dopo. Secondo i suoi allievi Antonio Brocardo ed Ercole Strozzi egli si sarebbe suicidato.

Il De immortalitate animae

Per Aristotele l’anima è l'atto (entelechia) primo di un corpo che ha la vita in potenza, è la sostanza che realizza le funzioni vitali del corpo. Tre sono le funzioni dell'anima: la funzione vegetativa per la quale gli esseri vegetali, animali e umani si nutrono e si riproducono; la funzione sensitiva per la quale gli esseri animali e umani hanno sensazioni e immagini; la funzione intellettiva, per la quale gli esseri umani comprendono. L'intelletto è la capacità di giudicare le immagini fornite dai sensi. L'atto dell'intendere si identifica con l’oggetto intellegibile, cioè con la sostanza dell’oggetto, ossia con la verità. Aristotele distingue l’intelletto potenziale o possibile o passivo, che è la capacità umana di intendere, dall’intelletto attuale o attivo o agente, che è la luce intellettuale. Quest'ultimo contiene in atto tutti gli intellegibili, e agisce sull'intelletto potenziale come – l’esempio è di Aristotele - la luce mostra, mette in atto i colori che al buio non sono visibili ma pure esistono e dunque sono in potenza: l’intelletto agente mette in atto le verità che nell'intelletto potenziale sono soltanto in potenza. L’intelletto agente è separato, non composto, impassibile, per sua essenza atto…separato, esso è solo quel che è realmente, e questo solo è immortale ed eterno. Che ne è dunque dell’anima? Nella Metafisica Aristotele dice solo che "Bisogna esaminare se la forma esista anche dopo la dissoluzione del composto; per alcune cose nulla lo impedisce, come, ad esempio nel caso dell’anima, ma non dell’anima nella sua interezza, bensì dell’intelletto, poiché è forse impossibile l’esistenza separata dell’anima intera". L’aristotelismo a Padova si era diviso in due correnti fondamentali, gli averroisti e gli alessandrini, seguaci questi delle interpretazioni aristoteliche di Alessandro di Afrodisia. Averroè, secondo una concezione influenzata dal platonismo, sosteneva l’unicità e la trascendenza non solo dell’intelletto agente, ma anche dell’intelletto potenziale, che per lui non appartiene ai singoli uomini ma è unico e comune all’intera specie umana. . La dottrina di Alessandro mantiene l’unicità dell’intelletto agente, che egli fa coincidere con Dio, ma attribuisce a ciascun uomo un intelletto potenziale individuale, mortale insieme con il corpo. Infine, va ricordato che per Tommaso d’Aquino nell’uomo è presente un’unica anima per sua natura (simpliciter) immortale, ma per un certo aspetto (secundum quid) mortale, in quanto anche legata alle funzioni più materiali dell’essere umano. Il Trattato dell’immortalità dell’anima, terminato il 24 settembre 1516 ed edito a Bologna il 6 novembre 1516, trae spunto da una discussione con il domenicano Girolamo Raguseo il quale, avendo il Pomponazzi sostenuto che la teoria di Tommaso sull’anima non si accorda con quella aristotelica, lo aveva pregato di provare le sue affermazioni mediante prove puramente razionali. "Fecero bene gli antichi a porre l’uomo tra le cose eterne e quelle temporali, cosicché egli, né puramente eterno né semplicemente temporale, partecipa delle due nature e stando a metà fra loro, può vivere quella che vuole. Così, alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri, sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né all’intelletto e né ai piaceri del corpo." L’uomo dunque, "è di natura non semplice ma molteplice, non determinata ma bifronte (ancipitis), media fra il mortale e l’immortale" e questa medietà non è il provvisorio incontro di due nature, una corporea e l’altra spirituale, che si divideranno con la morte, ma è la dimostrazione della reale unità dell’uomo: "La natura procede per gradi: i vegetali hanno un poco di anima, gli animali hanno i sensi e una certa immaginazione…alcuni animali arrivano a costruirsi case e a organizzarsi civilmente tanto che molti uomini sembrano avere un’intelligenza molto inferiore alla loro…vi sono animali intermedi fra la pianta e la bestia, come la spugna…della scimmia non sai se sia uomo o bruto, analogamente l’anima intellettiva è media fra il temporale e l’eterno." Polemizza con Averroè che ha scisso dalla naturale unità umana il principio razionale da quello sensitivo e con Tommaso d’Aquino, rilevando che l’anima, essendo unica, non può avere due modi di intendere, uno dipendente e un altro indipendente dalle funzioni del corpo; la dipendenza dell’intelligenza dalla fantasia, che dipende a sua volta dai sensi, lega l’anima indissolubilmente al corpo e ne fa seguire lo stesso destino di morte. E’ capovolta la tesi fondamentale di Tommaso: per Pomponazzi l’anima è per sé mortale e secundum quid, in un certo senso, immortale, e non il contrario, perché "nobilissima fra le cose materiali e al confine con le immateriali, profuma di immortalità ma non in senso assoluto" (aliquid immortalitatis odorat, sed non simpliciter). E ricorda che per Aristotele l’anima non è creata da Dio ma generata perché sono il sole e lo stesso uomo a generare l’uomo. Riguardo al problema del rapporto fra ragione e fede, per Pomponazzi solo la fede, non le ragioni naturali, può affermare l’immortalità dell’anima e "coloro che camminano per le vie dei credenti sono fermi e saldi", mentre per quanto attiene i problemi etici che la mortalità dell’anima potrebbe suscitare, afferma che per comportarsi virtuosamente non è affatto necessario credere all’immortalità dell’anima e alle ricompense ultraterrene, perché la virtù è premio a se stessa e chi afferma che l’anima è mortale salva il principio della virtù meglio di chi la considera immortale, perché la speranza di un premio e il terrore della pena provoca comportamenti servili contrari alla virtù. Il Tractatus provocò clamore e polemiche alle quale rispose nel 1518, ribadendo le sue tesi con l’Apologia, dove nel primo libro risponde alle critiche amichevoli del suo allievo e futuro cardinale Gaspare Contarini e negli altri due al domenicano Vincenzo Colzade e all’agostiniano Ambrogio Fiandino. Nel 1519 replica con il Defensorium adversus Agostinum Niphum alle critiche di Agostino Nifo, professore di filosofia nell’università di Padova.

La critica dei miracoli

Nel 1520 il medico mantovano Ludovico Panizza avrebbe chiesto a Pomponazzi se possono esserci cause soprannaturali di eventi naturali, in contrasto con le affermazioni di Aristotele, e se si debba ammettere l’esistenza di demoni, come sostiene la Chiesa, anche per spiegare molti fenomeni che si sono verificati. Per Pomponazzi "dobbiamo spiegare questi fenomeni con cause naturali, senza ricorrere ai demoni…è ridicolo lasciare l’evidenza per cercare quello che non è né evidente né credibile". D’altra parte, poiché l’intelletto percepisce dati sensibili, un puro spirito non potrebbe esercitare un’azione qualunque su qualcosa di materiale: gli spiriti non possono entrare in contatto con il nostro mondo; "in realtà vi sono uomini che, pur agendo per mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, li hanno fatti ritenere opera di santi o di maghi, com’è successo con Pietro d’Abano o con Cecco d’Ascoli…altri, ritenuti santi dal volgo che pensava avessero rapporti con gli angeli…erano magari dei mascalzoni…io credo che facessero tutto questo per ingannare il prossimo". Ma, a parte casi di incomprensione o di malafede, è possibile che fenomeni mirabolanti abbiano la loro causa nell’influsso degli astri: "E’ assurdo che i corpi celesti, che reggono tutto l’universo…non possano produrre effetti che di per sé sono nulla considerando l’insieme dell’universo". Cause naturali, comunque, secondo la scienza del tempo: il determinismo astrologico governa anche le religioni: "al tempo degli idoli non c’era maggior vergogna della croce, nell’età successiva non c’è nulla di più venerato...ora si curano i languori con un segno di croce nel nome di Gesù, mentre un tempo ciò non accadeva perché non era giunta la Sua ora”. Ogni religione ha i suoi miracoli "quali quelli che si leggono e si ricordano nella legge di Cristo ed è logico, perché non ci possono essere profonde trasformazioni senza grandi miracoli. Ma non sono miracoli perché contrari all’ordine dei corpi celesti ma perché sono inconsueti e rarissimi". Nessun fenomeno ha dunque cause non naturali: l’astrologo che abbia colto la natura delle forze celesti, può spiegare tanto le cause di fenomeni che sembrano soprannaturali che realizzare opere straordinarie che il popolino considererà miracolose solo perché incapace di individuarne la causa. L’ignoranza del volgo è del resto sfruttata da politici e da sacerdoti per tenerlo in soggezione, presentandosi ad esso come personaggi straordinari o addirittura inviati da Dio stesso.

Il destino dell'uomo

Se tali sono le forze che governano il mondo, se anche i fenomeni soprannaturali hanno una spiegazione nell’esistenza di forze naturali così potenti, esiste ancora una libertà nelle scelte individuali dell’uomo? In Dio, conoscenza e causa delle cose coincidono e dunque egli è veramente libero; l’uomo si esprime invece in un mondo dove tutto è gia determinato. Rifiutato il contingentismo di Alessandro di Afrodisia, che salva la libertà umana criticando gli stoici per i quali non esiste né contingenza né libertà umana, Pomponazzi è costretto dalla sua concezione strettamente deterministica, ove tutto è regolato da forze naturali superiori all’uomo, a propendere per l’impossibilità del libero arbitrio:"...l’argomento è per me difficilissimo. Gli stoici sfuggono facilmente alle difficoltà facendo dipendere da Dio l’atto di volontà. Per questo l’opinione stoica appare molto probabile”. Nel cristianesimo c’è maggiore difficoltà a risolvere il problema del libero arbitrio e della predestinazione: "Se Dio odia ab aeterno i peccatori e li condanna, è impossibile che non li odi e non li condanni; e questi, così odiati e reietti, è impossibile che non pecchino e non si perdano. Che rimane, allora, se non una somma crudeltà e ingiustizia divina, e odio e bestemmia contro Dio? E questa è una posizione molto peggiore di quella stoica. Gli stoici dicono infatti che Dio si comporta così perché la necessità e la natura lo impongono. Secondo il cristianesimo il fato dipende invece dalla cattiveria di Dio, che potrebbe fare diversamente ma non vuole, mentre secondo gli stoici Dio fa così perché non può fare altrimenti".

Conclusioni

Chiamato anche Peretto per la piccola statura, secondo Matteo Bandello (Novelle, III, 38) Pietro Pomponazzi "era un omicciolo molto piccolo, con un viso che nel vero aveva più del giudeo che del cristiano e vestiva anco ad una certa foggia che teneva più del rabbi che del filosofo, e andava sempre raso e toso; parlava anche in certo modo che parea un giudeo tedesco che volesse imparar a parlar italiano". Ma lo storico Paolo Giovio dirà che egli "esponeva Aristotele e Averroè con voce dolce e limpidissima; il suo discorso era preciso e pacato nella trattazione, mobile e concitato nella polemica; quando poi giungeva a definire e a trarre le conclusioni, era così grave e posato che gli studenti dai loro posti potevano annotarsi le spiegazioni". Per nulla tenero con gli uomini di chiesa, "isti fratres truffaldini, domenichini, franceschini, vel diabolini" riassumeva il suo spirito ironico e motteggiante consigliando "alla filosofia credete fin dove vi detta la ragione, alla teologia credete quel che vogliono i teologi e i prelati con tutta la chiesa romana, perché altrimenti farete la fine delle castagne" ma fu serio e senza compromessi nelle sue convinzioni scrivendo nel De fato che "Prometeo è il filosofo che, nello sforzo di scoprire i segreti divini, è continuamente tormentato da pensieri affannosi, non ha sete, non ha fame, non dorme, non mangia, non spurga, deriso, dileggiato, insultato, perseguitato dagli inquisitori, ludibrio del volgo. Questo è il guadagno dei filosofi, questa la loro ricompensa". Epperò i filosofi sono per lui "come Dei terreni, tanto lontani dagli altri come gli uomini veri lo sono dalle figure dipinte" e lui sarebbe pronto, per amore della verità, anche a "ritrattare quel che ho detto. Chi dice che polemizzo per il gusto di contrastare, mente. In filosofia, chi vuol trovare la verità, dev’essere eretico".

Bibliografia


- Giovanni Di Napoli, L’immortalità dell’anima nel Rinascimento, Torino, S. E. I., 1963
- Bruno Nardi, Studi su Pietro Pomponazzi, Firenze, Le Monnier, 1965
- Nicola Badaloni, Cultura e vita civile tra Riforma e Controriforma, Bari, Laterza, 1973
- Giancarlo Zannier, Ricerche sulla diffusione e fortuna del De Incantationibus di Pomponazzi, Firenze, La Nuova Italia, 1975
- Eugenio Garin, Aristotelismo veneto e scienza moderna, Padova, Antenore, 1981
- Paola Zimbelli, L’ambigua natura della magia, Milano, Il Saggiatore, 1991
- P. P., De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, trad. Innocenti, Firenze, La Nuova Italia, 1996
- P. P., Trattato sull’immortalità dell’anima, a cura di Vittoria Perrone Compagni, Firenze, Leo S. Olschki, 1999.

Collegamenti esterni

[http://www.filosofico.net/pomponazzi.htm, Pietro Pomponazzi] Pomponazzi, Pietro

Illuminismo

L’Illuminismo fu un movimento culturale e filosofico che si diffuse in Europa dall'inizio del XVIII secolo fino alla Rivoluzione francese. Nel periodo conosciuto come Età dell'Illuminismo, l'Europa del XVIII secolo fu testimone di notevoli cambiamenti culturali, caratterizzati da una perdita della fede nelle tradizionali sorgenti religiose di autorità e dal rivolgersi verso diritti umani, scienza, pensiero razionale e la sostituzione di teocrazia e autocrazia con la repubblica democratica. Una delle influenze sull'Illuminismo consistette nei resoconti dei preti cattolici in Cina, che servirono come modello per un secolare despota illuminato. Le sollevazioni dell'Età dei Lumi portarono direttamente alla Rivoluzione Americana così come alla Rivoluzione Francese e influenzarono significativamente la Rivoluzione industriale. Le idee dell'Illuminismo furono anche fortemente influenti nella stesura della Costituzione degli Stati Uniti e di quelle che seguirono, sopratutto negli stati europei. L'Illuminismo fu anche segnato dal sorgere del capitalismo e dall'ampia disponibilità di materiale stampato. LEncyclopédie francese, combinava articoli sul libero pensiero con informazione tecnologica. Un'importante risposta all'Illuminismo all'interno della comunità ebraica europea fu il movimento Haskalah. Il concetto di un singolo movimento di dimensioni europee può essere certamente sfidato nei dettagli: esso riflette un predominio culturale del pensiero francese. È infatti possibile analizzare diversi movimenti nazionali. Il termine "illuminismo" era usato dagli scrittori del tempo, convinti di provenire da un'epoca di oscurità e ignoranza e di dirigersi verso una nuova età, segnata dall’emancipazione dell'uomo e dai progressi della scienza sotto la guida dei "lumi" della ragione. L'illuminismo ebbe come principali centri di diffusione l'Inghilterra e la Francia. L’Inghilterra era stato il Paese dove meglio si era affermato l’empirismo, un orientamento di pensiero filosofico che riconduceva la conoscenza all'esperienza dei sensi, negando l'esistenza di idee innate o di un pensiero a priori ("ciò che viene prima" ossia una conoscenza che si acquisisce prescindendo dall'esperienza, cioè mediante il solo ragionamento deduttivo). Tratti comuni alle dottrine empiriste sono l'attenzione per i dati empirici come si presentano nella percezione, l’uso del metodo induttivo rispetto a quello deduttivo, la riduzione dei concetti universali a semplici nomi o rappresentazioni mentali, l'antimetafisica, lo sperimentalismo. Dalla "filosofia sperimentale" dello scienziato inglese Newton gli illuministi assunsero una concezione del pensiero scientifico secondo la quale, la ragione umana, attenendosi all'esame dei fenomeni, procede verso i principi, fino a pervenire, come dimostrava la scoperta della legge della gravitazione universale, a un quadro unitario del mondo fisico. L'illuminismo ebbe per precursori anche pensatori razionalisti come il francese Descartes, del quale i filosofi del XVIII secolo rifiutavano la pretesa di una conoscenza deduttiva derivante da idee innate e da principi noti a priori, ma facevano propria l'esigenza di "chiarezza e distinzione" delle idee, rifiutando il tradizionale principio d'autorità. Molti illuministi, rifiutando la metafisica, cercarono la conferma di una visione naturalistica e atea della realtà, propugnarono la tolleranza e polemizzarono contro le superstizioni e i pregiudizi. Nell'illuminismo si incontrarono aspetti eterogenei, della filosofia e della cultura moderne, dalla rivoluzione scientifica avviata da Copernico e Galilei alle ripercussioni culturali indotte dalle esplorazioni geografiche, dal razionalismo di Descartes all'empirismo di Locke. L'illuminismo fu portavoce del moderno spirito scientifico, che rifiutando l’autorità di Aristotele e della Bibbia rivendicò l'osservazione diretta dei fenomeni e l'uso autonomo della ragione. La fiducia nella ragione, coniugandosi con il modello sperimentale della scienza newtoniana, sembrava rendere possibile scoprire sia le leggi del mondo naturale, sia quelle dello sviluppo sociale. Si pensò allora che, usando saggiamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale. Sebbene la Chiesa fosse vista come la principale responsabile della limitazione della ragione umana nel passato e la religione fosse individuata come causa della superstizione e del fanatismo, molti pensatori illuministi non rinunciarono totalmente alla religione, optando per una forma di deismo che rifiutava la teologia cristiana. Altri filosofi illuministi, soprattutto in Francia, si volsero a forme di pensiero materialistico e furono espressamente atei. Più che un pensiero sistematico, l'illuminismo contrassegnò uno stile intellettuale e un metodo d'indagine, nacque il desiderio di porre in discussione concetti e valori acquisiti, di indagare in direzioni molteplici. Molti illuministi non furono filosofi, bensì divulgatori impegnati nel consapevole tentativo di battaglia culturale e di diffusione delle nuove idee. Pur nella eterogeneità degli indirizzi, alcuni temi furono comuni a tutti i pensatori illuministi: un atteggiamento antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato, soprattutto medievale, fosse l'età dell'ingiustizia, del sopruso, della superstizione e dell'ignoranza; l'avversione nei confronti della metafisica; l’adozione del metodo sperimentale, che privilegia l'analisi dei fenomeni; il rifiuto dei principi a priori; la convinzione che tutto ciò che è conoscibile è relativo ai fenomeni e all'esperienza sensibile; la fiducia nel progresso, poi ereditata dal positivismo ottocentesco. L’illuminismo si diffuse rapidamente in Europa e nelle colonie nordamericane, ma la Francia enumerò molti spiriti eminenti. Il giurista e filosofo della politica Charles de Montesquieu, uno dei primi esponenti del movimento, esordì pubblicando scritti satirici contro le istituzioni contemporaneamente ad uno studio sulle istituzioni politiche, Lo spirito delle leggi (1748). A Parigi Denis Diderot, autore di numerosi trattati filosofici, incominciò la pubblicazione dellEncyclopédie nel 1750, avvalendosi della collaborazione del matematico D'Alembert. Tale opera fu, non solo un compendio di conoscenze, ma anche un mezzo di diffusione dell’illuminismo e di critica degli oppositori. Il più rappresentativo tra gli scrittori illuministi francesi fu Voltaire, che iniziò la sua carriera come drammaturgo e poeta e fu autore di pamphlets (opuscoli satirici e polemici), saggi, satire e racconti brevi nei quali divulgò la scienza e la filosofia della sua epoca. Il filosofo intrattenne inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei. Gli scritti di Jean-Jacques Rousseau, come Il contratto sociale (1762), lEmilio (1762) e le Confessioni (1782), esercitarono una profonda influenza sulle teorie politiche e pedagogiche del secolo seguente e diedero impulso al romanticismo ottocentesco. L'illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse si sentirono accomunati da una profonda unità d’intenti, mantenendo stretti contatti epistolari fra loro. Furono illuministi italiani Pietro Verri e Cesare Beccaria in Italia, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane. Durante la prima metà del XVIII secolo, molti tra i principali esponenti dell'illuminismo furono perseguitati per i loro scritti o furono messi a tacere dalla censura governativa e dagli attacchi della Chiesa, ma negli ultimi decenni del secolo, il movimento si affermò in Europa ed ispirò la rivoluzione americana. Il successo delle nuove idee, sorretto dalla pubblicazione di riviste e libri e da nuovi esperimenti scientifici inaugurò una moda diffusa persino tra i nobili e il clero. Alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell'illuminismo. Voltaire e altri illuministi, attratti dal concetto di filosofo-re che illumina il popolo dall'alto, guardarono con favore alla politica dei cosiddetti despoti illuminati, come Federico II di Prussia, Caterina II di Russia e Giuseppe II d'Austria. La Rivoluzione francese pose fine alla diffusione pacifica, ma talvolta anche solo elitaria, dell’illuminismo e, per i suoi episodi più sanguinosi, gettò discredito sull'illuminismo. La polemica romantica, agli inizi del XIX secolo, avversò la sottovalutazione delle tradizioni e della storia, la propensione per l'ateismo, indiscriminata esaltazione della razionalità. L’illuminismo si diffuse fra ampi strati della popolazione preparando l’avvento dell’età contemporanea.

Precursori dell'Illuminismo


- Polish brethren

Alcune figure importanti dell'Illuminismo


- Thomas Paine
- Jean le Rond d'Alembert
- Denis Diderot
- Edward Gibbon
- David Hume
- Thomas Jefferson
- Gotthold Lessing
- John Locke
- Montesquieu
- Isaac Newton
- Jean-Jacques Rousseau
- Adam Smith
- Baruch Spinoza
- Voltaire

Voci correlate


- Illuminismo italiano
- Materialismo francese
- Riforma protestante
- assolutismo illuminato
- Illuminismo scozzese
- Contro-illuminismo
- Pietro il grande.

Collegamenti esterni


- [http://mix85.altervista.org Tesina d'esame dedicata al '700] Categoria:Scuole e correnti filosofiche ja:啓蒙時代 ko:계몽주의 th:ยุคแสงสว่าง


Jean Meslier

Jean Meslier (1664-1729) prete francese Nel suo testamento spirituale, il sacerdote chiede scusa ai propri fedeli per quanto ha predicato in tutta la vita, per aver mentito loro. La critica di Meslier, diversamente da altre, oltre a contrapporre al Vangelo il confronto con altre fonti storiche e i reperti archeologici del tempo, è una critica interna ai testi biblici. La critica si focalizza sui Vangeli e la varità storica del testo, non entra nel merito teologico o su altri libri della Bibbia. Meslier con citazioni precise ritrovabili anche sulla traduzione ufficiale della Bibbia proposta dalle comunità cristiane(fra le quali la Chiesa cattolica), evidenzia contraddizioni interne ai passi evangelici. Esse riguardano il numero e i nomi degli apostoli, il racconto della nascita e infanzia di Gesù secondo Matteo e Luca, l'esistenza di una persecuzione da parte di re Erode, durata della predicazione di Gesù, giorni e luogo dell'Ascensione, dunque eventi fondamentali della sua vita. Ricordiamo che per le Chiese cristiane il Mistero Cristologico riguarda nascita, crocifissione, morte e risurrezione di Gesù.

Nazareth e Betlemme

I racconti di Luca e Matteo dicono che Gesù nacque a Betlemme. Spesso Gesù è detto "Gesù di Nazareth": sulla carta geografica Nazareth dista diversi giorni di cammino da Betlemme. Nazareth è anche un nome comune che ha tutt'altro significato. La dicitura Gesù il Nazareno in realtà avrebbe un'ortografia diversa: "Gesù il nazareno", con la minuscola per riferirsi non a Nazareth(che non è la città nativa) ma al nome comune nazareth. Non esite un passo biblico che citi Nazareth.

I fratelli di Gesù

Controversa è l'interpretazione del passo biblico in cui si parla dell'apostolo Giacomo. Per le Chiese evangeliche e altre si tratta di uno dei fratelli di Gesù; per la Chiesa cattolica di un cugino , cosa conciliabile con il dogma di Maria Vergine secondo il quale la madre di Gesù concepì il figlio per mediazione dello Spirito Santo e non consumò in unione carnale il matrimonio con Giuseppe. La parola greca Adelphos come è nel testro biblico, nei vocabolari moderni (Rocci e altri) ha il solo significato di "fratello" con l'avvertenza che per i testi biblici(essendo della tarda grecità e trduzioni in una lingua popolare non sempre corretta) i significati nei passi biblici sono evidenziati a parte con riferimento alla fonte. Tuttavia,l' ebraico allora come oggi usa una sola parola per indicare "fratello" e "cugino" perché negli usi di questo popolo conta il legame con il clan familiare e fratello e cugino comèportano un legame ugualmente stretto che non è necessario distinguere(come tipico di società patriarcali).

Barabba e Gesù

Barabba per la Bibbia proposta della chiese era un ladrone qualunque di cui la folla avrebbe chiesto la liberazione a Pilato al posto di Gesù, come usava nella Pasqua. Barabba in realtà significa "Figlio del padre"(in alcuni passi della Bibbia ufficiale Gesù dice "Abbà",Padre!, che sarebbe la traduzione del termine ebraico; in quegli anni i romani sedarono una rivolta per un tale Bar Kosiba=Figlio della Stella che gli ebrei condirevano il Messia di cui parlarono i profeti dell'Antico Testamento). La Giudea era soggetta a continue rivolte ed era una delle regioni più difficili da controllare dell'impero romano. Gli ebrei attendevano un Messia inviato da Dio per liberare il Popolo Eletto dalla dominazione romana. Gesù aveva deluso le loro aspettative e la folla era inferocita perché non aveva trovato in lui un liberatore. Barabba era il Messia secondo una parte degli Ebrei come altri che si dicevano il Messia durante la vita di Gesù. Anche ad essi si riferiscono i passi in cui Gesù raccomanda di guardarsi dai falsi profeti. Gli ebrei erano divisi in sette che divergevano su chi fosse il vero Messia, quale uomo sostenere come Liberatore del popolo ebraico. I Vangeli spiegano questo fatto dicendo che il Regno di Gesù non era in questa terra, ma nei Cieli. Gli ebrei attendevano quel Regno su questa terra come un riscatto dalle condizioni materiali in cui viveva la Giudea.

Ardenne

Le Ardennes sono una regione collinare coperta da foreste, che si trova principalmente in Belgio e Lussemburgo, ma che si estende fino in Francia (dando il nome al dipartimento delle Ardenne e alla regione della Champagne-Ardenne).

Geografia

Champagne-Ardenne Gran parte delle Ardenne sono coperte da fitte foreste, con colline alte in media 350-500 m, ma che giungono fino a 650 m nelle brughiere della regione dellHautes Fagnes (Hohes Venn), nel Belgio nord-orientale. La regione è caratterizzata da profonde vallate scavate dai fiumi, il più importante dei quali è la Mosa. Le sue città principali, Liegi e Namur, sono entrambe nella valle della Nosa. Le Ardenne per il resto sono poco densamente popolate. La catena dell'Eifel, in Germania, si unisce alle Ardenne e fa parte della stessa formazione geologica, anche se le due sono convenzionalmente considerate come due aree distinte.

Storia

La regione prende il nome dall'antica
Arduenna Silva, una vasta foresta che in epoca romana si estendeva dal fiume Sambre in Belgio, fino al Reno in Germania. Le Ardenne moderne coprono un'area molto più piccola. La posizione altamente strategica delle Ardenne le ha rese un campo di battaglia delle potenze europee per secoli. La regione ha ripetutamente cambiato di mano surante il primo periodo moderno, quando in tutto o in parte le Ardenne belghe furono in periodi diversi incorporate in Francia, Germania, Paesi Bassi spagnoli o Regno Unito dei Paesi Bassi. Nel XX secolo le Ardenne furono considerate non adatte a operazioni militari su vasta scala, a causa del terreno difficile e delle strette vie di comunicazione. Comunque, sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, la Germania scommise con successo nel compiere rapidi passaggi attraverso le Ardenne per attaccare zone della Francia scarsamente difese. Le Ardenne furono il teatro di tre grandi battaglie durante le due guerre mondiali – la Battaglia delle Ardenne nella I guerra mondiale, la Battaglia di Francia e la Battaglia del Bulge durante la seconda. Molte città e villaggi della regione vennero gravemente danneggiati durante i due conflitti.

Economia

Il terreno accidentato delle Ardenne limita gravemente l'agricoltura, con coltivazioni e allevamento di bovini in aree disboscate come caposaldo dell'economia agricola. La regione è ricca di legno e minerali, e Liegi e Namur sono entrambe grossi centri industriali. Le estese foreste hanno un abbondante popolazione di selvaggina. La bellezza paesaggistica della regione e la sua ampia gamma di attività all'aperto, comprese caccia, ciclismo, escursionismo e canoa, pa rendono un importante destinazione turistica.

Voci correlate


- Offensiva delle Ardenne Categoria:Catene montuose


1729

Eventi

Nati


- 23 maggio - Giuseppe Parini, poeta italiano († 1799)

Morti

029 ko:1729년

Matematica

Nota: L'organizzazione e l'evoluzione del complesso degli articoli della presente enciclopedia concernenti la matematica vengono discusse nell'ambito del Progetto Matematica e al Bar della Matematica. Per orientarsi tra questi articoli, oltre al presente articolo, al Portale:Matematica (diprossima realizzazione) e alle pagine della :Categoria:Matematica organizzate nelle aree indicate nel primo riquadro e reperibili anche mediante un Indice KWIC, possono servire gli elenchi, i glossari e le panoramiche segnalati nella voce Indici per la matematica, gli Elenchi di testi matematici e le pagine dedicate alle sezioni dello schema di classificazione MSC 2000 raggiungibili direttamente attraverso i links nel secondo riquadro. La parola matematica deriva dal greco μάθημα (máthema), traducibile con i termini "scienza", "conoscenza" o "apprendimento"; μαθηματικός (mathematikós) significa "desideroso di apprendere". Con questo termine generalmente si designa la disciplina che studia problemi concernenti quantità, estensioni e figure spaziali, movimenti di corpi, e tutte le strutture che permettono di trattare questi aspetti in modo generale.

Evoluzione e finalità della matematica

La matematica ha una lunga tradizione presso tutti i popoli; è stata la prima disciplina a dotarsi di metodi di elevato rigore e portata, e quindi a raggiungere lo status di scienza; ha progressivamente ampliato gli argomenti della sua indagine e progressivamente ha esteso i settori ai quali può fornire aiuti computazionali e di modellizzazione. È significativo che in talune lingue e in talune situazioni al termine singolare si preferisce il plurale matematiche. Nel corso della sua lunga storia e nei diversi ambienti culturali si sono avuti periodi di grandi progressi e periodi di stagnazione degli studi. Questo in parte è dovuto all'importanza dei singoli personaggi capaci di dare apporti profondamente innovativi e illuminanti e di stimolare all'indagine matematica grazie alle loro doti didattiche. Si sono avuti anche periodi di arretramento delle conoscenze e dei metodi: questi però si sono riscontrati solo in relazione a eventi distruttivi o a periodi di decadenza complessiva della vita intellettuale e civile. Nella storia della matematica degli ultimi 500 anni, in relazione al miglioramento dei mezzi di comunicazione è comunque prevalsa la crescita progressiva del patrimonio di risultati e di metodi. Questo è dovuto alla natura stessa delle attività matematiche. Esse sono costantemente tese alla esposizione precisa dei problemi e delle soluzioni e questo impone di comunicare avendo come fine ultimo la possibilità di chiarire tutti i dettagli delle costruzioni logiche e dei risultati (alcuni chiarimenti richiedono un impegno non trascurabile, talora molti decenni). Questo ha corrisposto alla definizione di un linguaggio per molti aspetti esemplare come strumento per la trasmissione e la sistemazione delle conoscenze. Sono quindi rari i casi di errori o di smagliature che non siano stati riconosciuti e corretti, o almeno segnalati ad alta voce come necessari di correzione, in tempi brevi.

Matematica teorica e applicata

Le attività matematiche sono naturalmente interessate alle possibili generalizzazioni e astrazioni, in relazione alle economie di pensiero e ai miglioramenti degli strumenti (in particolare degli strumenti di calcolo) che esse sono portate a realizzare. Le generalizzazioni e le astrazioni quindi spesso conducono a visioni più approfondite dei problemi e stabiliscono rilevanti sinergie tra progetti di indagine inizialmente rivolti ad obiettivi non collegati. Nel corso dello sviluppo della matematica si possono rilevare periodi ed ambienti nei quali prevalgono alternativamente atteggiamenti generali e valori riconducibili a due differenti generi di motivazioni e di approcci: le motivazioni applicative, con la loro spinta a individuare procedimenti efficaci, e le esigenze di sistemazione concettuale con la loro sollecitazione verso generalizzazioni, astrazioni e panoramiche strutturali. Si tratta di due generi di atteggiamenti tra i quali si costituisce una certa polarizzazione; questa talora può diventare contrapposizione, anche astiosa, ma in molte circostanze i due atteggiamenti stabiliscono rapporti di reciproco arricchimento e sviluppano sinergie. Nel lungo sviluppo della matematica si sono avuti periodi di prevalenza di uno o dell'altro dei due atteggiamenti e dei rispettivi sistemi di valori. Del resto la stessa nascita della matematica può ragionevolmente ricondursi a due ordini di interessi: da un lato le esigenze applicative che fanno ricercare valutazioni praticabili; dall'altro la ricerca di verità tutt'altro che evidenti, forse tenute nascoste, che risponde ad esigenze immateriali, la cui natura può essere filosofica, religiosa o estetica. Negli ultimi 30 o 40 anni tra i due atteggiamenti si riscontra un certo equilibrio non privo di tensioni riemergenti, ma con molteplici episodi di mutuo supporto. A questo stato di cose contribuisce non poco la crescita del mondo del computer, rispetto al quale il mondo della matematica presenta sia canali di collegamento (che è ormai assurdo cercare di interrompere) che differenze, ad esempio differenze dovute a diverse velocità di mutazione e a diversi stili comunicativi, che proiettano le due discipline agli antipodi.

Argomenti principali della matematica

Cerchiamo ora di segnalare a grandi linee i temi oggetto della indagine matematica, illustrando una sorta di itinerario guidato per un progressivo accostamento delle problematiche, delle argomentazioni e delle sistemazioni teoriche.

Aritmetica

I primi problemi che inducono ad accostarsi alla matematica sono quelli che si possono affrontare con l'aritmetica elementare: si tratta di calcoli eseguibili con le quattro operazioni che possono riguardare contabilità finanziar